Giorgio Cortenova

Le pitture e le stanze

Ricordo bene, anche se più di qualche anno è trascorso, la prima visita allo studio di Simone Butturini: mi colpì la concisione dei suoi lavori, e, nella sinteticità, la percezione di una strisciante condizione di allarme; mi affascinò la sua pittura scabra, per certi versi “strisciata” abbandonata lì sulla tela, come abrasa da una luce radente, capace di “passare ai raggi” le immagini proposte; mi sorprese, in un giovanissimo quale al tempo era, l’intensità realistica delle sue scene quotidiane e al tempo stesso il rimbalzo visionario che le coinvolgeva in un gioco di presenze-assenze, di fantasmi che avevano un corpo e di corpi che svanivano nella luce. Una luce artificiale, peraltro segnalata da una lampadina che pendeva dai soffitti delle stanze rappresentate. Però lampadine spente, precarie, per così dire male avvitate, incenerite nel tempo.

Di fatto, le opere ritraevano soprattutto interni, letti sfatti e disabitati, armadi aperti ma vuoti, tavoli di tinelli “minori” con sedie senza destino messe lì non per crearci una qualche familiare sicurezza, ma per turbare lo sguardo, per innestare nell’occhio che guardava il dubbio e il tormento della mente che pensava.

Mi resi subito conto, sempre quella volta, quando visitai il suo atelier che Simone non deduceva il suo mondo poetico e il suo linguaggio dalle maniere eleganti che l’arte italiana gli poteva porgere a piene mani, né dalle maniere sgraziate, ma plastiche, che con altrettanta generosità poteva offrirgli. No. Lui guardava casomai a certi inglesi dimenticati. Forse non conosceva ancora Sickert, ma forse invece sì. E, perché no, alcuni “prodotti” strepitosi del “pittoresco”, in cui la luce si aggrappa alle tele e alle carte e si ritrae nella tana del tessuto: sorridente, ma con ironia; palpabile, ma non senza un qualche rischio per l’epidermide.

E poi al di là degli inglesi, ecco apparire, sotto scorta di una già matura e personalissima metabolizzazione, la Mitteleuropea, i viennesi prima di Schiele; e poi ancora i nordici: Munch, ma non solo. E i francesi? bè gli umori e i linguaggi delle terre di Francia erano quasi assenti: quella è terra di ambigui “fantasmi” dell’anima solo in zona simbolista. Ma sono schegge visionarie che avrebbero alimentato i surrealismi; e forse aveva ragione Sigmund Freud a non capire cosa da lui volesse Breton.

Simone Butturini, insomma, senza imitare nessuno, aveva però compiuto una sua scelta di campo. Poi, si sa, c’è la vita, con i suoi problemi, con qualche lusinga e molte amarezze; c’è la difficoltà del panorama di provincia, i viaggi sognati e non tutti compiuti, le mostre. Però, rivedendo le sue opere di tanto in tanto mi accorgevo sempre che qualcosa continuava a crescere e molto si andava consolidando. Qualche parentesi di paesaggismo troppo dolce e “per bene” veniva presto cancellata dall’urgenza di esprimere altro, cioè di rimanere dentro di sé e con se stesso, di coltivare i propri magici “vizi” piuttosto d’inseguire artefatte “virtù”.

Insomma, il suo “mal di pittura” Simone continuava a coltivarselo, e se non trascurava i maestri fuori alle mura non dimenticava quelli dentro alle porte, come ad esempio un Silvano Girardello, quello delle recenti stagioni di forte matrice “esistenzialista”. Intanto la sua pittura maturava esiti più vertiginosi e una libertà espressiva singolare, in una cultura italiana comunque innamorata di eleganza e formalismo. Ormai l’ “ineleganza” di Simone Butturini è un dato certo, e credo che, per sua buona sorte, non lo lascerà mai solo.

Ritorno al suo atelier qualche settimana fa, appunto per rivedere la sua opera e per scoprire le ultime tele, in vista di questo scritto e della mostra a cui è dedicato. Due opere mi colpiscono: un ritratto di Raffaello Bassotto (una volta tanto se ne sta in posa il fotografo…), una recente serie di “stanze”, che dunque non è per lui un “tema”, ma un “incubo” positivamente creativo, e infine dei paesaggi che fanno centro sull’archeologia industriale e su acquedotti tanto consueti al nord, costruiti in ferro e mattoni e databili anni Cinquanta. Tra quel ritratto e i paesaggi non c’è distanza di stile, ma soprattutto non esiste lontananza di spirito, se così si può dire. Infatti la pittura è volutamente profondamente sciatta, banale, a-stilistica. Non spaventino né stupiscano i termini: questa assenza di superfici belle, questo ostracismo che emargina la pennellata elegante e “colta”, rappresenta infatti una scelta coltissima e profonda di Butturini, quella scelta che cominciava ad affiorare nelle prime opere di cui prima vi parlavo e che adesso si riconferma ed esplode con tutta la sua filosofica e sincera autenticità espressiva.

Simone ci suggerisce che certi principi di modernità sono stati fraintesi e che altri sono stati sottovalutati. Ci dice che Duchamp “lucidava” il suo “giovane nudo che scende le scale”, perché in quei pigmenti trionfasse il “legno” sotteso alla forma e nella pittura esplodesse quell’anartisticità che era secessionista e mitteleuropea ancor prima che cubista e dada. Quelle sue terre, guardavano alla vita attraverso la morte: ecco la verità delle cose. Ed ecco, peraltro, il senso del linguaggio di Simone Butturini, quel suo fare schivo, quella sua aspra ironia e insieme quel senso un po’ stoico del vivere le fatiche quotidiane: quel suo modo di considerare il proprio studio d’artista come una non ricercata avventura quotidiana.

Mi piace l’atelier di Simone. Non possiede artefazioni, sembra un deposito, e di fatto lo è; infatti vi si depositano idee e forse quei dolori e quelle gioie che non ti avvisano mai ma che entrano dalla finestra e prima o poi escono dalla porta traslocando altrove, in silenzio, i propri improvvisati bagagli. Sfoglio tele e scartabello carte. Appoggiate qua e là, le sue immagini creano un mondo, e in quel mondo mi accorgo che ci sono vasti spazi, ma manca l’aria: lui l’ha sottratta, l’ha piombata sulle superfici e l’ha fatta vibrare nelle cellule della pittura: all’interno e non all’esterno. Poi mi accorgo che qualcosa di simile succede nei riguardi della luce. La pittura, come una spugna, la nasconde e la custodisce gelosamente. La luce è un valore che non va sperperato. La luce è interiore oppure è soltanto un inganno. La luce non illumina ma sorge dall’illuminazione.

Questa mostra è ricca di lavori e per certi versi è una piccola antologica. Ma ciò che ho inteso evitare è la noiosa e pedissequa esibizione di cultura. Non ho inteso seguire il suo lavoro opera dopo opera, anno dopo anno, incrociando le righe del sapere tra i pennelli della pittura. Ho inteso sottolineare ciò che di più vero ed autentico Butturini cerca di trasmettere alla nostra coscienza. Perché questo conta. Basta riuscirci. E lui ci riesce.

 Giorgio Cortenova

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