Floriano De Santi

La soglia del reale

L’elemento espressivo o, per meglio dire, la poiesis che spiega la ricerca figurativa di Simone Butturini è la tendenza, l’apertura ad un rapporto diretto con la realtà, che è intramata “di quella verità scritta con l’ausilio di figure”. È questo sin dall’inizio, senza mezzi termini, con tutte le modificazioni che la sua opera ha conosciuto, la crescita destino nabis all’affondamento nella materia espressionista; ma rimanendo il rapporto sempre diretto,variando invece la distanza e la sua durata ,che erano ridotte al minimo nella stagione giovanile con quadri e sono ritornate nelle tele del 2005 e dell’anno seguente a una misura più ampia..Del resto, per un’artista che ha sempre fondato con la più spontanea tekhne pittorica e grafica il sigillo profondo della sua generazione, che è quello di assumere e ricreare la vita, di accettarla anche come facevano Soutine e Willy Varlin, magari con le scorie organiche e il sangue raggrumato, meglio così che cristallizzata in forma, chiusa nella bellezza e nell’assoluto dell’ordo rationalis, per una simile artista la realtà deve essere la prima regola da svelare nella sua essenza. Butturini testimonia in tal modo che quella linea di realismo esistenziale fondata a Milano mezzo secolo fa da Gianfranco Ferroni, da Giuseppe Guerreschi ,da Bepi Romagnoli e da altri, è incarnata nel genio potentemente umano di Curbet, quella linea ha ancora degli esiti nei nostri giorni,non nella terra mediterranea,ma in quella del continente,sulla soglia del Nord. Poiché i fallimenti che ogni tanto vengono proclamati da un falso philosophe engagé non sono mai collettivi ,ma sempre e solo individuali, e le perdite ,le morti,le sotterranee decomposizioni sono gli atti necessari perché si compia la rinascita ,perché qualcosa risorga e riprenda a crescere,nella sua dura,testarda e monotona ripetizione,Butturini continua a sostenere il segno vero e giusto di una generazione –quella dei vari Luca Pignatelli,Giovanni Frangi,Andrea Martinelli, Alessandro Papetti, Paolo Del Giudice e Velasco Vitali.

Secondo i temi e le caratteristiche personali,interpretando il Kunstwollen di una generazione anche europea ( per tutti si vedano gli inglesi Christopher Thompson e Maxwell Doig), Butturini adombra uno dei poli della grande alternativa che Benjamin pone alla base della variazione degli stili: il riconoscimento di una distinzione fondamentale, e che si prolunga per le vie della storia artistica, fra classicismo e romanticismo, fra un modo di vedere stilizzato e oggettivo e uno magmatico e soggettivo Ad essi corrispondono da un lato l’allontanamento e il distacco dal mondo, dall’altro il ritorno e l’anelito all’unione del mondo.

Butturini registra la consistenza, nell’hic et nunc, di attimi vitali privatissimi e di fatti storici determinanti per il nostro presente. E in lui, molto chiaramente, l’aprirsi alla realtà determina come funzione il modo e lo stilema figurativo, e il rifiuto del formalismo. In un simile dato d’immersione nel reale in cui il pittore si trova, circondato da ogni suo elemento e coinvolto in una continuità che va oltre il semplice rapporto, nasce l’unità entro la quale si apre lo spazio dei dipinti maturi.

Nella tavolozza butturiniana l’unità compositiva è una complessa fusione di sintagmi antagonisti che crea all’interno della texture pittorica lo spazio dell’immagine : i corpi separati che tendono a riunirsi e così si realizzano: l’origine è la pulsione istintuale che cerca l’unione fisico-erotica con il mondo; questo è un elemento poetico presente con evidenza in Curbet e da lui trasferito nella potenza violenta e carnale del suo realismo. Senonché, in Butturini la pulsione originaria non è solo una forza semplice e lineare, ma si arricchisce invece di una grande varietà di stratificazioni e di reazioni psichiche: sin dalla seconda metà degli anni Novanta si manifesta-puntualizza con acume ermeneutico – Luca Massimo Barbero-“in una sorta di suadente canto sognato ,collocandosi tra il sogno,il ricordo e il desiderio”.

Nei dipinti “vesprotini” di Simone Butturini c’è solitudine ,insonnia, quiete dolorosa.reverie non reve, e quella spoliazione che i suoi occhi vedono e operano nella realtà. Quando da sotto la coltre di quell’ocra , una specie di terrosa limonite, che sembra voler rappresentare il nulla, cancellare o ricoprire gli spazi e le forme , -cominciano –come se la vita continuasse nel mormorio delle cose. I colori sono luminosi senza luce, intensi senza opacità ,materici senza spessore. Essi diventano incerti, soffusi, perdono pesantezza e acquistano volo; passa su di loro una sottile vaporosità luminescente,come se avessero assorbito tutta la luce del giorno ed ora lentamente la restituissero, e nello stesso modo restituissero in tepore il caldo trattenuto : “un piccolo mondo antico che vive nelle suggestioni del post-impressionismo,soprattutto Vuillard e Bonnard”.

Le”sere” di Butturini sono delicatamente colorate e tiepide. A volte la luce serotina stende sul mondo smeraldi diversi ,verdi trasparenze nel cielo, verdi cupezze d’ombra nelle siepi e negli alberi; altre volte tutti ingrigisce, ma non tanto che negli squallidi interni non traspaia , a ravvivarne l’uniformità spenta, un sentore di luce, e nel cielo , a far virare quel grigio da organico a metallico, non si avverte l’uggia della profondità.

L’ispirazione di Butturini non ama la luce e non la crea , si direbbe che il giovane artista veronese avverte la presenza della luce come un trucco, un artificio estraneo alla pittura. Non si possono aggiustare le luci nei suoi quadri, farvi scendere sopra gli spioventi , ciò che è policromo, per Butturini, appartiene alla materia. Come nel Soutine e nel Varlin più soffocati, l’estremo silenzio del suo lavoro nasce dalla giunzione insolita e inattesa ( tra la mancanza di luce e il trionfo degli ocra ) che adombra “ uno spazio nebbioso , non proprio di sogno , nemmeno di irrealtà ,ma proprio nebbioso, come se la nebbia atmosferica fosse entrata in quelle stanze , e il quadro assume una apparenza bidimensionale , perché quella nebbia ti lascia immaginare la profondità , ma te ne preclude la rappresentazione.

Questo” segno rapido e sintetico “ non è quello del distruttore, dell’eversore, ma, sceso nel filtro interno, è una violenza elaborata, è violenza dentro l’opera non sull’opera, è violenza che passa da spirito a immagine, come poteva essere quella di Prust e di Kafka. Ma c’è ancora qualcosa nell’opere degli ultimi anni di Butturini , che, mentre fa da base a tutto ciò, sembra opporvisi, formarne una contrapposizione dialettica.

Di fronte al lato che appartiene al dominio degli istinti, alla zona dell’irrazionale, sta un’azione di scelta, di meditata ricerca degli elementi costruttivi dell’immagine, di chiusura e di uso delle strutture, che appare diretta dal poietikos, dal pensiero conoscitivo. Un paesaggio così intenso e intricato di motivi patiti nella coscienza di una storia che si è fatta nella lunga macerazione di eventi umani non è più un luogo occasionale per la suggestione degli occhi, ma una realtà segreta che si palesa nel dibattito spesso cupo del pittore con se stesso e al quale il frammento iconosferico offre la concretezza dei suoi particolari come un motivo, anzi come un Eraclito”confine dell’anima”.

Solitudine e coscienza del reale

“Negli oltre due decenni d’intensa attività creativa, l’opera di Butturini, che ha avuto caratteri molto particolari, di un’armonia e di un equilibrio poco adatti alle esplosioni, alle luci violente e agli estremismi esteriori, sa stare in bilico fra la tradizione vera della pittura e un’arrischiata modernité, che non può esimersi dal considerare come stimolo, come inizio, come grande bacino di riserva, la natura e l’uomo che l’abita, con uno psychisme inverti in cui scorre una forza d’aggregazione tanto forte quanto forte è la forza di disgregazione che l’assilla. Quella dell’artista veronese è una rêverie anche visionaria, ma nella quale questa visionarietà non si stacca dal vedere, non abbandona il reale, ma lo altera solo quel tanto che serve a farlo meglio conoscere nei suoi volti nascosti, nelle sue ombre più profonde…”

Floriano De Santi

( Solitudine e coscienza del reale- Vallecchi  2011)

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